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Santa Maria Nascente
Parrocchia Santa Maria Nascente
 
 
 
 
 
 
LUCA MARENZIO      
 
a cura di Claudio Donghi      
 
Indice:

  1) LucaMarenzio: Tratteggio Biografico-Artistico

  2) Cronologia essenziale

  3) La famiglia dei Marenzio a Coccaglio

  » Marenzio 400 anni dopo «

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1) LUCA MARENZIO: TRATTEGGIO BIOGRAFICO-ARTISTICO
 
Marco Bizzarini:
 
di Massimo Privitera

Con la seconda metà del Cinquecento gli stili e le poetiche del madrigale si differenziano molto più ampiamente e rapidamente di quanto non fosse successo nel cinquantennio precedente. Il dominio dei compositori del nord Europa si è affievolito, facendo luogo ai compositori italiani, e la gara di magnificenza fra le corti italiane piccole e grandi (specialmente Ferrara, Mantova e Firenze) stimola l'elaborazione di diversi linguaggi madrigaleschi legati ai gusti dei committenti.
Nei primi anni Ottanta si afferma una generazione di compositori nati intorno al 1550 che porteranno il madrigale al suo massimo espletamento. Fra questi spicca il coccagliese Luca Marenzio (ca. 1553-99). A quasi venticinque anni Marenzio entra al servizio del cardinale Luigi d'Este, dove resterà fino alla morte di questi (1586), soggiornando prevalentemente a Roma. In seguito sarà per un biennio alla corte di Firenze, e poi ancora a Roma presso vari protettori, in particolare il cardinale Cinzio Aldobrandini. Nel '595 è in Polonia, come maestro di cappella del re Sigismondo III°; ma dopo un paio d'anni è già di ritorno a Roma, dove morirà nell'agosto del 1599.
     
La prima stagione creativa di Marenzio, coincidente pressappoco con il decennio '80-90, presenta un'architettura sonora leggiadra ed eufonica, non priva di esperimenti cromatici, sfoggi contrappuntistici e meste colorazioni, ma fondamentalmente dolce e affettuosa; ora sensuale, ora teneramente elegiaca. Grazie a questi caratteri egli ebbe una formidabile fortuna europea, e fu uno dei musici più famosi di tutto il Cinquecento.
Nel 1588 Marenzio pubblica però una raccolta di Madrigali a quattro, cinque e sei voci, dedicati al conte Mario Bevilacqua, personalità di spicco della rinomata Accademia Filarmonica di Verona. Nella dedicatoria precisa di aver composto questi madrigali «con maniera assai differente dalla passata, havendo & per l'imitazione delle parole, & per la proprietà dello stile atteso ad una (dirò così) mesta gravità». In questa raccolta dominano i testi di Petrarca e Sannazaro, e il tono della musica è intenso e meditativo. È il primo apparire di un nuovo orientamento stilistico che caratterizzerà il secondo decennio della sua attività, e che sarà la piena realizzazione del manierismo musicale.
Nei libri di madrigali degli anni Novanta Marenzio privilegerà testi affettivamente pregnanti, molti dei quali tratti dalla «tragicomedia» Il Pastor Fido di Guarini, con particolare predilezione per i lamenti amorosi. La musica si configura cosi con un netto e arioso carattere declamatorio. Su queste scelte influì l'esempio di uno degli ultimi grandi fiamminghi italianizzati, Giaches de Wert ('535-96), che più di altri aveva elaborato lungo gli anni Ottanta uno stile declamatorio dai forti toni patetici.
     
Ma il culmine della trasformazione stilistica di Marenzio è il Nono libro, di madregali a cinque voci, dedicato a Vincenzo Gonzaga duca di Mantova, e pubblicato nel 1599 pochi mesi prima della morte del compositore.
Questa raccolta è un vero monumento di espressione malinconica, fin dal madrigale d'apertura su un petroso testo dantesco, Così nel mio parlar voglio esser aspro. Fra i testi intonati spicca Crudele, acerba, inesorabil morte dove è fatto uso sistematico di dissonanze e cromatismi, e dove sono adoperati a piene mani gli intervalli che, come la sesta maggiore, erano dalla tradizione ritenuti aspri e poco adatti a una buona melodia.
Ma il cromatismo trova massima applicazione in un altro pezzo del Nono libro, Solo e pensoso (anch'esso dunque su testo di Petrarca), celebrato per l'unicità del suo inizio : sui primi due versi il soprano sale lentamente di grado, per ben quindici semitoni e poi ne ridiscende allo stesso modo la metà, mentre le altre quattro voci, precipitando una dopo l'altra per arpeggi dissonanti, manifestano la disperazione e l'angoscia che agitano interiormente un atteggiamento cosi paradossalmente compassato. Non possiamo sapere verso quali lidi si sarebbe indirizzata l'attività creatrice di Marenzio se la morte non lo avesse preso con se a neanche cinquant'anni; ma è certo che con il Nono libro egli aveva esaurito una parabola espressiva, consegnando al secolo successivo un' eredità estetica gravida di conseguenze.
     
 
da un’enciclopedia della musica della Einaudi
 
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2) CRONOLOGIA ESSENZILE
 
 
 
Luca Marenzi 1553/54ca. Luca Marenzio nasce a Coccaglio (Brescia).

1574ca. Dopo un oscuro periodo di formazione musicale che lo vede impegnato tra Brescia e Mantova come probabile allievo di Giovanni Contino, entra al servizio del cardinale Cristoforo Madruzzo e si trasferisce a Roma.

1577 Pubblica il suo primo madrigale in un'antologia collettiva.

1578 Alla morte di Cristoforo Madruzzo entra al servizio del cardinale Luigi d'Este, fratello del duca di Ferrara. Vive nel palazzo romano di Montegiordano.

1580 Esce la sua prima raccolta monografica (Il primo libro de madrigali a cinque voci) con dedica al cardinale Luigi d'Este. Il madrigale Liquide perle diviene uno dei brani musicali più famosi dell'epoca.

1581-82 Al seguito del suo mecenate, Marenzio viaggia nell'Italia settentrionale e soggiorna presso la corte di Ferrara, quindi rientra in Roma.

1586 Muore il cardinale Luigi d'Este. Marenzio ha ormai al suo attivo dodici pubblicazioni madrigalesche, tre libri di villanelle e una raccolta di mottetti; la sua fama é diffusa nelle corti di Roma, Firenze, Ferrara, Mantova e Parigi.

1588 E' iscritto tra i musici al servizio del granduca di Toscana Ferdinando de' Medici.

1589 Si celebrano le nozze tra Ferdinando de' Medici e Cristina di Lorena: Marenzio contribuisce alla composizione musicale degli Intermedi.

1590 Entra al servizio di Virginio Orsini, giovane duca di Bracciano, e gli dedica il Quinto libro de madrigali a sei voci.

1594 Entra al servizio del cardinale Cinzio Aldobrandini, nipote di papa Clemente VIII, e gli dedica il Sesto libro de madrigali a cinque voci. E' ormai un compositore di fama europea, particolarmente apprezzato in Inghilterra. Pierre Phalése, editore in Anversa, avvia la ristampa integrale dei suoi madrigali.

1595 Entra al servizio del re di Polonia Sigismondo III e si trasferisce a Varsavia.

1598ca. Ritorna in Italia e pubblica l'Ottavo libro de madrigali a cinque voci.

1599 Dà alle stampe la sua ultima raccolta musicale, il Nono libro de madrigali a cinque voci con dedica al duca Vincenzo Gonzaga, mecenate di Claudio Monteverdi. Il 22 agosto muore a Roma ed é sepolto nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina.
     
 
 
 
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3) LA FAMIGLIA DEI MARENZIO A COCCAGLIO
 
 
Una semplice ricerca tra le filze notarili del 1500 dei notai di Coccaglio Cristoforo Muzio, Bartolomeo Almici, Olivino Almici e Gian Giacomo Muzio, conservate nel fondo notarile dell’Archivio di Stato di Brescia, ha consentito di rintracciare una trentina di protocolli che direttamente o indirettamente si riferiscono ai componenti della famiglia dei Marenzio a Coccaglio per il periodo che va dal 1512 al 1562.
Il documento più interessante, tra quelli rintracciati, perché ci offre notizie precise sulla composizione della famiglia dei Marenzio a Coccaglio, é certamente il testamento del non-no di Luca, ser Giuliano de Marencys del fu Gerardo di Tagliuno del distretto bergama-sco, dettato l’8 settembre del 1537 al notaio Bartolomeo Almici nella abitazione del testa-tore in Contrada dei Broli (l’attuale Via Vittorio Veneto).
Col suo testamento nonno Giuliano stabiliva che la moglie Afra della famiglia dei "de Co-stis" di Erbusco, ma residenti a Coccaglio dove Giuliano s’era probabilmente anche sposa-to, fosse usufruttuaria ed amministratrice di tutti i suoi beni con l’obbligo di tenere presso di sé il figlio ancora minorenne Elia, finché dai tutori non fosse giudicato in grado di pro-curarsi cibo e vestito, la figlia pure minorenne Lucrezia, fin quando sarebbe convolata a felici nozze, in previsione delle quali determinava anche la dote da assegnarle, e, in caso di necessità o di malattia, anche gli altri suoi due figli maschi maggiorenni, Bernardino e Gian Francesco, futuro padre di Luca, i quali, con Elia, erano gli eredi universali designa-ti.
Stabiliva inoltre che la figlia Caterina, già maritata a Bernardino del fu Laurino de Milinis de Malgarettis di Coccaglio, se ne dovesse stare "tacita et contenta" della dote già assegna-tale, anche perché molti sussurravano che l’aveva dotata più di quanto lo consentissero le sue effettive possibilità: le aveva assegnato due piò di terra del valore complessivo di 200 libre planette e beni mobili per un valore di altre 75 libre.
Bernardino, che doveva essere il primogenito, appare solamente nel testamento, Elia e Gian Francesco invece vengono richiamati in diversi altri documenti dei notai di Coccaglio sopra menzionati.
Al testamento, il 15 settembre dello stesso anno, Giuliano fece aggiungere un codicillo, ro-gato sempre nella casa del testatore ammalato, alla presenza dell’arciprete di Coccaglio, Alessandro de Comis, e di altri numerosi testimoni, "Poiché - si legge in latino nel codicil-lo - ser Giuliano del fu Geraldo de Taiù del distretto bergamasco, ma abitante a Coccaglio, col suo ultimo testamento tra le altre cose stabiliva che il suo corpo venisse sepolto nel monumento della Scuola di Santa Maria Ceriola nella chiesa parrocchiale di
Santa Maria che si trova nel Castello di Coccaglio, ma essendo la vita dell’uomo incerta e perciò es-sendo lecito ad ognuno di cambiar parere, col presente codicillo stabilisce ed esprime la volontà che il suo corpo venga seppellito presso la Chiesa di San Pietro della terra di Coc-caglio, ovvero nel suo cimitero, ed a questa Chiesa, per amore di Dio ed a suffragio dell"anima sua, ha lasciato e lascia con diritto di lascito diciotto tavole della sua terra" ecc... (corrispondenti a mq 600 circa).
Detta terra che si trovava "vicina e contigua" alle case ed al cimitero della chiesa di San Pietro venne misurata e delimitata il giorno seguente e servì con ogni probabilità ad allar-gare il cimitero della chiesa.
I primi documenti che riguardano i Marenzio di Coccaglio, e precisamente lo stesso ser Giuliano, risalgono agli anni 1512 - 1514, e sono rogati dal notaio Cristoforo de Mucys; in essi viene specificata l’attività di Giuliano, ch’era quella di "fictabilis" o "fitagollo".
Egli cioé prendeva in affitto i terreni dai cittadini bresciani che avevano immediato biso-gno di liquidità o dagli eredi dei morti a causa delle numerose epidemie che imperversa-vano dopo il passaggio delle truppe impegnate nelle interminabili guerre e guerricciole del tempo, e li faceva lavorare da salariati saltuari, che dovevano essere abbastanza nu-merosi, o dagli stessi piccoli proprietari che avendo bisogno immediato di denaro per non morire di fame gli cedevano il loro piccolo podere; il "fitagollo" si rifaceva sulle ven-dite dei prodotti agricoli, le quali, dai pochi documenti rinvenuti, risultano abbastanza consistenti. Le somme ricavate da ser Giuliano dalla vendita delle biade e del vino anda-vano infatti dalle 21 alle 163 libre planette.
Per farsi un’idea del valore delle biade e del vino venduti dal Marenzio basta ricordare che un piò di terra all'epoca era valutato dalle 80 alle 120 libre planette.

     
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Come le famiglie degli Almici e dei Berardi di Zone, dei de Comis provenienti da Brescia, dei Facchetti di Bornato, di un ramo dei Fenaroli, dei Cancarini di Carcina, dei Facchi e altre ancora erano approdate a Coccaglio nei secoli XIV - XV, anche i Marenzio s’erano stabiliti a Coccaglio all'inizio del XVI secolo.
La signoria viscontea prima, con la parentesi malatestiana, e quella definitiva veneziana, poi con la rivitalizzazione dell'importanza del nodo stradale coccagliese, dove s'incontra-vano le strade che da Brescia portavano a Bergamo e a Milano e viceversa, avevano ri-lanciato le attività connesse alla grande viabilità come l’alberghiera, e quelle della ripara-zione e della costruzione dei carri da trasporto, dei maniscalchi e del commercio in genere, al minuto e all'ingrosso.
Inoltre Coccaglio, oltre ai benefici daziari ottenuti dalla quadra di Rovato, aveva ottenuto da Venezia l’esenzione del dazio sulle sue granaglie e sul suo vino, per particolari bene-merenze, fatte forse presenti da quell’Iacopo di Coccaglio che il 6 ottobre del 1426 in San Pietro de Dom di Brescia, con altri 288 rappresentanti bresciani, giurò fedeltà alla Serenis-sima Repubblica e che nel novembre del 1427 fece parte di un’ambasceria a Venezia per chiedere concessioni e privilegi come premio della fedeltà bresciana alla nuova signoria.
Si può arguire che Giuliano abbia scelto la sua residenza coccagliese proprio per i vantaggi economici che potevano derivare alla sua attività dal particolare privilegio concesso a Coc-caglio.
Lo sviluppo economico e sociale del paese durante la seconda metà del 1400 e la prima metà del 1500 trova riscontri negli interventi urbanistici del periodo che determinarono la sostituzione di molte capanne o catapecchie con abitazioni in muratura al centro del paese, che prese il suo assetto urbanistico definitivo, e l’ampliamento del castello. Anche i docu-menti scritti dell’epoca testimoniano la crescita del paese.
Nel 1507, fu lo stesso arciprete Francesco de Comis, la cui nomina all’arcipretura cocca-gliese nel 1495 era stata insistentemente richiesta dalla popolazione con petizioni a Vene-zia ed al Papa, contro le aspirazioni di altri incettatori di prebende sul beneficio parroc-chiale di Coccaglio, ad ottenere da papa Giulio II l’erezione di due cappellanie mansiona-rie, privandosi della metà del beneficio parrocchiale per dotarle ed avere così il permanen-te e sicuro aiuto di due curati nella celebrazione dei divini uffici e nella cura delle anime essendo la popolazione, "benedicente Domino", come scriveva nella richiesta di erezione, arrivata a più di tremila persone senza contare i molti forestieri che avevano stabilito la loro residenza effettiva nel paese ed altri, molto numerosi anch’essi, che passando per il paese ne approfittavano per partecipare alle funzioni religiose che si celebravano nella sua nuova chiesa ricostruita.
La bolla papale di Clemente VII del 18 gennaio 1531, con la quale veniva concesso ai coc-cagliesi il diritto di patronato sulla chiesa parrocchiale di Santa Maria ed il connesso privi-legio di indicare al vescovo la persona del futuro parroco, tra le benemerenze "dei diletti figli della terra di Coccaglio" indicava il rifacimento della chiesa parrocchiale, la costru-zione del campanile con la dotazione di quattro nuove campane, l"ampliamento del pre-sbiterio e la costruzione della sagrestia, la costruzione della chiesa di San Rocco, la ripara-zione e l’abbellimento delle altre chiese campestri, la dotazione della chiesa di Santa Ma-ria di calici, di libri liturgici, di paramenti e di altri ornamenti egualmente necessari al culto divino e dell’organo.
Anche la ristrutturazione della chiesa di San Pietro con i suoi affreschi testimonia la pro-sperità di quel periodo.
Le strade che attraversavano il paese offrivano certamente lavoro e ricchezza ai suoi abi-tanti nei periodi normali, ma diventavano motivo di preoccupazione e offrivano perico-lose occasioni di taglieggiamenti, di requisizioni e di ruberie della popolazione residente durante il passaggio delle truppe francesi, spagnole, tedesche o veneziane che fossero, impegnate nelle continue guerre del periodo per il predominio della regione, quando at-traversavano il paese. Dopo il passaggio delle truppe, seguivano quasi sempre carestie e pestilenze.
Il documento notarile del 13 maggio 1530 rogato dal notaio Bartolomeo Almici, relativo al saldo effettuato da ser Giuliano Marenzio per l’acquisto di una terra nel 1528, ci dà un’idea di ciò che accadeva in tali frangenti.
Nel marzo del 1528 i Lanzichenecchi del duca di Brunswick di passaggio da Coccaglio portarono via tutto quello che trovarono condannando alla fame più nera molte famiglie, anche agiate. Per sopravvivere esse furono costrette a vendere i terreni, fonte primaria e talvolta unica del loro sostentamento.
     
Tra questi casi, abbastanza frequenti, c’é quello presentato dal documento sopraindicato.
Dopo il passaggio dei Lanzichenecchi, i coniugi Bartolomeo de Gidellis e Maddalena de Gidis , ch’erano stati rapinarti d’ogni cosa, non potendo continuare a contrarre debiti, fu-rono costretti il 29 aprile dello stesso anno, per non morire di fame con i loro sette figli, a vendere al Marenzio, che s’era trasferito a Castenedolo durante il passaggio dei militari, la terra dotale, che doveva essere l’unica proprietà rimasta loro, essendo le vendite dei beni costituenti le doti regolate da leggi severissime e costituivano l’ultima risorsa a cui le fa-miglie potevano ricorrere in caso di estremo bisogno.
Dopo aver versato un anticipo di libre 100 per le necessità della famiglia venditrice e per pagare i debiti contratti, il Marenzio in attesa dell’indicazione dei coniugi per reinvestire le rimanenti 226 libre in un altro fondo dotale, com’era stabilito dalle disposizioni bresciane e veneziane sulle doti, abbandonò nuovamente Coccaglio per Castenedolo, quando si verifi-carono i primi casi di peste dopo il passaggio della soldataglia.
Quando alla fine dell’epidemia nel Maggio del 1530 si presentò per saldare il debito, sul quale nel frattempo aveva anticipato altre somme per i bisogni impellenti della famiglia creditrice, quattro dei nove suoi membri, compresa la madre, erano morti a causa dell’epidemia.
A raccogliere, talvolta in circostanze tragiche come testimoniano i documenti che ci ha la-sciato, le ultime volontà degli appestati che avevano qualcosa da lasciare, ed erano pochi, isolati in capannucce di paglia o di frasche erette ai piedi del monte oltre la Fusia o altro-ve nella campagna, restò, caso raro, il coraggioso notaio Bartolomeo Almici.
In tali drammatiche circostanze, che si ripeterono diverse volte nei primi trent’anni del 1500, c’erano anche quelli che facevano lucrosi affari come Pietro Mazzocchi e figli che ac-quistarono tutte le terre, e furono moltissime, che venivano loro offerte per le necessità vi-tali dai piccoli proprietari ai quali poi le ricedevano in affitto, con la clausola del riscatto; eventualità che in realtà avveniva molto raramente per l’impossibità degli ex proprietari a rimettere insieme la somma necessaria.
     
Dal 1546 al 1563, anno quest’ultimo nel quale terminano i protocolli esaminati dei notai di Coccaglio del secolo XVI, Elia, il figlio minore del defunto Giuliano, appare in diversi at-ti di compravendita, come marito di Annunciata del fu Giacomo de Mazochis detto Risetto di Coccaglio, per la quale partecipò alla divisione dell’eredità, e come delegato dei rivie-ratici della Fusia che protestavano nel 1562 contro il decreto degli amministratori di Chia-ri e di Rovato, i quali - ut navigari possit per dicta seriola absque aliquo impedimento - ordinavano di tagliare le piante sulle rive del canale per consentire il passaggio delle merci.
Il documento di vendita fatta dal medesimo Elia il 23 gennaio 1548 della sua parte di casa nella Contrada dei Broli ha permesso la localizzazione della casa dov’é sicuramente nato Luca.
Detta parte di casa, infatti, che si trovava sull"angolo formato dall’incontro dell’attuale Via Vittorio Veneto con Via Monauni, dove un tempo c’era la canonica e l’oratorio, confinava a ovest con la casa del fratello Gian Francesco e da lui fu abitata almeno fino alla fine del 1554, dopo ch’egli ebbe acquistato il 26 ottobre del 1554 quella casa con botteghe situata nella piazza, denunciata nella poliza di estimo del 1588 alla commissione comunale della Citta di Brescia.
A Gian Francesco Marenzio si riferiscono diversi atti notarili dei notai coccagliesi per il periodo 1550 -1562 che ci presentano, oltre alle compravendite, tra le quali figura l’acquisto della casa sulla piazza, ed una presa di possesso di un terreno a saldo di un anti-co credito del padre Giuliano, le diverse attività da lui svolte.
Con atto del 21 febbraio 1554 con G. Domenico de Mandrinis di Milano si stabiliva la fine consensuale e bonaria di un’attività commerciale di ferramenta al minuto durata tredici anni e la divisione dei beni comuni.
Il 9 novembre 1555 si affittava, per libre 6 all’anno, all’arciprete Giovanni de Comis la casa della suocera Bona, vedova del fu Battista de Fugacis di Paderno, la cui figlia, madre di Luca, é rimasta fino ad ora senza nome. La casa si trovava tra la Strada Bresciana e Via Ca-rera.
Agli atti notarili sono pure allegati due lunghi inventari compilati dal medesimo Gian Francesco relativi il primo ai medicinali di una spezieria il cui titolare era morto a causa d’una ferita d"archibugio, mentre il secondo riporta con la stessa pignoleria del primo tut-ti gli oggetti mobili dell’ospizio dell’Angelo.
Questi inventari confermano quello che già si supponeva in relazione all’ultima attività svolta dal Marenzio nello studio di un notaio in Brescia, e cioé ch’egli dovesse avere una certa preparazione giuridica e una certa cultura.
Il 16 novembre 1559, con l’intenzione forse di seguire le orme paterne, prese in affitto per la durata di sette anni con la fideiussione del fratello Elia tutte le terre e l’ospizio dell’Angelo di proprietà di ser Bartolomeo del fu Gian Maria de Personellis di Valdima-gna, il quale aveva intenzione di trasferirsi a Brescia.
L’ospizio dell’Angelo si trovava dove ora c’é il bar d’angolo tra Via Cavour e la Piazzetta Garibaldi.
     
L’affittanza però o non fu neppure iniziata o dovette essere di breve durata, perché in un documento dell’11 Agosto 1562, come esattore daziario del Comune, Gian Francesco, che aveva denunciato lo stesso ser Bartolomeo Personellis, oste dell’ospizio dell’Angelo, di a-ver frodato il dazio, venne pregato da comuni amici di ritirare la denuncia già fatta e di risolvere la vertenza con un compromesso amichevole.
Queste, in breve, sono le notizie principali ricavate dagli atti esaminati.
Una ricerca più approfondita ed estesa del fondo notarile presso l’Archivio di Stato di Bre-scia sui documenti della seconda metà del XVI secolo potrebbe rivelarsi utile per chiarire il percorso, ancora molto incerto, della formazione canora e musicale di Luca: non si può infatti escludere che possa esistere un contratto di affido a qualche maestro privato o di cappella, come in realtà ne esistono altri tra i documenti esaminati riguardanti la forma-zione di giovani apprendisti presso artigiani e commercianti.
Nel 1562 il vecchio organo, ricordato nella bolla di Clemente VII e testimonianza dell’antico e costante amore per la musica dei Coccagliesi, fu sostituito da un nuovo strumento, costruito da quel famoso "magister organorum" ch’era Graziadio d’Antegnate.
In quell'anno Luca Marenzio, il futuro "divino cantore", aveva nove anni ed é naturale pensarlo tra i cantori della schola cantorum della parrocchia, che certamente esisteva co-me risulta da un testamento del 1600, e che apprendesse i primi elementi musicali da qualche curato, probabilmente dal canonico Tommaso Zucchi, maestro di grammatica e sacerdote, stimato e ben preparato come risulta dai verbali delle visite pastorali del 1565 e del 1572, ed eletto poi arciprete della parrocchia nel 1590.
Non é certamente azzardato immaginare Luca sulla cantoria della chiesa, che pure esiste-va, accompagnato dal nuovo organo, mentre diffondeva nella chiesa le note della sua limpida voce, comparata dal servita Clemente Lazzarone a quella delle gloriose, celesti si-rene.
     
 
 
Natale Partegiani
 
 
 
 
 
 
 
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